Critica della riforma della Governance universitaria

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A più di un anno dall’approvazione del decreto 133 diventato poi 180, arriva la famigerata riforma universitaria. Il 28 ottobre il governo ha infatti approvato un decreto che modifica la struttura e il funzionamento degli atenei italiani. I quindici articoli toccano sia tematiche relative alla gestione delle università che all’assunzione di personale, neutralizzano il diritto allo studio e in pratica obbligano molti atenei ad affidarsi totalmente nelle mani di società esterne. Ma andiamo con ordine.

Ad agosto del 2008 inizia l’ultima sequenza di attacchi all’istruzione pubblica. Il ddl 133 infatti introduceva l’idea delle fondazioni di diritto privato(ovvero un modo un po’ velato di trasformare atenei aperti a tutti in luoghi di eccellenza riservati a pochi privilegiati), mirando a mettere in ginocchio l’intero sistema universitario mediante l’introduzione di pesanti tagli ai finanziamenti ordinari. Gli obiettivi della legge erano palesi: favorire l’introduzione di privati nelle strutture centrali di ogni ateneo e in questo modo liberarsi del tutto della spesa e dell’investimento nella formazione dei cittadini. La cultura diventa, così, di proprietà e il fondamentale diritto alla libera istruzione viene dimenticato.

Passato qualche mese, agli primi di novembre, inizia l’iter del DL 180, convertito in legge a inizio 2009. Trovatosi di fronte ad un’incontrollata mobilitazione partita dagli studenti ma condivisa e sostenuta anche dagli organi accademici e dalla CRUI(Conferenza dei Rettori), il Governo ha varato un contentino per alcuni atenei. Questa norma correttiva destinava infatti il 7% del F.F.O agli atenei da considerarsi migliori, senza ridurre minimamente i tagli di quasi un miliardo e mezzo di euro (in 5 anni) previsti dalla 133. Veniva insomma usata la stessa pratica di sempre: con una mano fanno un piccolo regalo ad alcuni, e con l’altra sottraggono fondi indistintamente a tutti. Va notato anche che i parametri di valutazione degli atenei non tenevano minimamente conto della qualità della ricerca e della didattica come elementi distintivi di una “buona” università, ma era degno di nota solo il mero rapporto tra i fondi destinati al personale e il bilancio complessivo. Si riduce in pratica il valore della sede per eccellenza del sapere e della conoscenza a inutile azienda che eroga un servizio ai suoi clienti, esigendo un tornaconto.

Nei mesi a venire è stata ripetutamente annunciata una riforma della struttura di gestione delle università, che mirasse a “migliorare la qualità e ridurre gli sprechi”. L’evento tanto atteso giunge solo in autunno con l’approvazione da parte del governo del Disegno di Legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio, che si articola così:

Nella prima parte viene rimodellata la struttura della governance universitaria: il potere si concentra sempre più nelle mani di pochi prescelti, andando inesorabilmente a ridurre la componente studentesca negli organi centrali dell’ateneo (contrariamente a quanto viene ribadito dalle belle parole del Ministro Gelmini). Il capo supremo è il Magnifico Rettore che avrà finalmente potere decisionale su tutto; praticamente ogni provvedimento sia di carattere finanziario, didattico o amministrativo deve passare per la sua approvazione. Le proposte in materia di didattica vengono formulate dal Senato Accademico, che perde ogni potere effettivo. L’unico altro organo decisionale è il Consiglio di Amministrazione, a cui spetta il compito di approvare il bilancio e decidere l’attivazione o la soppressione di nuovi corsi. Il suo organico si riduce da 26 a 11 membri, di cui il 40 % (4 o 5 su 11) non deve ricoprire ruoli interni all’ateneo, in particolare si parla di “personalità di spicco del mondo imprenditoriale e finanziario”. Di studente ne rimane uno solo a fronte dei 4 o 6 attualmente previsti dal nostro statuto; i docenti, che prima erano ripartiti a seconda dei ruoli e delle facoltà, da 12 diventano 4. In altre parole gli imprenditori avendo quasi lo stesso peso della componente accademica, potranno veicolare a loro piacimento la linea dell’ateneo. Non si parla più solo di enti che finanziano gli atenei ma anche di soggetti privati che entrano a far parte della gestione dei fondi pubblici.

Come se non bastasse viene introdotto un nuovo organo composto principalmente da funzionari ministeriali aventi il compito di verificare la gestione dei fondi (Collegio dei Revisori dei Conti). Per ultimo il Nucleo di Valutazione deve verificare la qualità della didattica, senza però imporre vincoli di sorta.

Ricompare poi l’idea delle fondazioni di diritto privato, lanciata dalla 133: con il vago intento del miglioramento della qualità, le università hanno la possibilità di federarsi tra loro o con enti esterni. In termini più chiari gli atenei, gestiti di fatto dagli imprenditori che popolano il C.d.A., vengono inglobati in aziende private, che come tali operano perseguendo i propri interessi e non certo quelli degli studenti.

Inoltre, a fronte degli innumerevoli tagli al F.F.O., una buona percentuale di atenei si ritroverà inevitabilmente in difficili condizioni economiche. La soluzione è presto trovata: viene in primo luogo dichiarato il dissesto finanziario. Quindi, secondo il modello globalmente condiviso, la exit strategy consiste nell’approvare un piano di rientro finanziario,da presentare al ministero entro 180 gg.. Questa operazione però, su decisione del ministro, può essere effettuata e tenuta sotto controllo da uno o più commissari straordinari. Fermo restando che il ministero non si assume alcun tipo di onere finanziario per favorire la ripresa dell’attività dell’ateneo, viene da chiedersi dove questi prodigiosi individui possano trovare denaro contante. Gli scenari che si prefigurano sono i seguenti:

a)tagliare il personale in eccesso, ricordando che, qualora il numero di dipendenti superi le soglie stabilite dal ministero, i soldi per gli stipendi in più non verranno erogati;

b)tagliare servizi, diminuendo ad esempio i fondi stanziati per progetti di ricerca;

c)incrementare le entrate, aumentando ulteriormente le tasse degli studenti;

d)aprirsi alle nuove frontiere del mercato, rimanendo sulla carta ateneo pubblico, ma lasciando penetrare enti esterni nella vita quotidiana delle facoltà, a scapito dell’indipendenza di didattica e ricerca;

e)federarsi con un ente privato, risolvendo così ogni tipo di problema finanziario di un’università ormai non più pubblica.

Un capitolo a parte va lasciato al diritto allo studio: quest’ultimo, infatti, sarà affidato, attraverso l’istituzione del Fondo per il Merito, alla Consap s.p.a.. Una Società per Azioni, che come tale segue logiche aziendali, gestirà quindi l’accesso di tutti all’istruzione pubblica.

Per evitare di contribuire direttamente al diritto allo studio, il ministero istituisce questo fondo nazionale in cui può versare ogni cittadino, ente o azienda privata e pubblica, in cambio di convenzioni, di natura poco chiara, con il ministero dell’economia. Le aziende, che hanno facoltà di decidere a cosa destinare i fondi che investono, sarebbero poi certamente molto riconoscenti qualora il rettore destinasse proprio a un loro rappresentante uno di quei desiderabili posticini in Consiglio di Amministrazione. E che succederebbe se l’ateneo perdesse le caratteristiche necessarie per il suo sostentamento economico e venisse commissariato, o semplicemente il C.d.A. (organo sulla carta indipendente da rendite e interessi economici, ma nella realtà composto da imprenditori esterni) guardasse di buon occhio la federazione con un ente esterno? Potrebbe magari scegliere proprio quell’azienda che, per scopi puramente nobili e umanitari, aveva donato spontaneamente dei fondi per il diritto allo studio…in questo modo, facendo ricircolare l’economia, sarebbero certo tutti più felici.

Lo saranno senza dubbio quegli studenti a cui l’accesso al fondo garantito dal “diritto allo studio”, non sarà permesso. Infatti molti ipotetici destinatari di borse di studio o altre forme di finanziamento (come i buoni di studio, da rimborsare post lauream), pur rientrando nelle caratteristiche necessarie per godere di finanziamenti, non risulteranno idonei per non aver superato la Prova nazionale standard. Non solo l’istruzione pubblica cerca un modo per non farsi carico delle spese per garantire gli studi a tutti, ma lo fa anche attraverso un quiz, strumento che non tiene minimamente in considerazione le reali necessità e difficoltà economico-sociali degli studenti.

La parte conclusiva del testo tratta le norme per l’assunzione dei docenti e dei ricercatori. Viene architettato un metodo molto astuto per favorire la limpidità e l’imparzialità dei concorsi pubblici: viene istituita l’abilitazione scientifica nazionale, requisito indispensabile per la richiesta di assunzione. Quest’ultima può avvenire inoltre solo con parere favorevole di una commissione di 5 professori ordinari eletti ad hoc, a seguito di una lezione pubblica, previa votazione di tutti i professori di ruolo, e solo dopo il parere positivo del consiglio di amministrazione. L’unica vera pecca nell’ingegnoso piano del ministero colto ad “eliminare del tutto il baronato” sta nel fatto che questa procedura deve essere seguita per un quinto dei professori assunti. I restanti 4/5 vengono scelti e possono firmare il contratto su nomina esclusivamente rettorale, senza bisogno di abilitazioni di alcun genere, nè di alcun altro parere. Come al solito, alla fine dei conti, chi detiene il potere difficilmente lo lascia andare.

In conclusione, passa il tempo, ma il modo di agire del governo non cambia.

Se le cose restano così, l’università del futuro non sarà più aperta a tutti.

Anche se saremo costretti a pagare le tasse per una vita, i nostri figli si vedranno negato il fondamentale diritto di accesso al sapere pubblico. La forma di cultura per eccellenza è destinata a diventare un luogo d’élite, al pari dei gloriosi atenei privati statunitensi o britannici. La ricerca e la sperimentazione, così come la formazione stessa, saranno finalizzate solo all’arricchimento dei proprietari e gestori dei futuri atenei federati. Lo spazio di crescita e maturazione degli studenti svincolato dal mero profitto accademico verrà eliminato. Insomma lo scenario che si prefigura è ben distante dal miglioramento della qualità del sistema universitario e dalla riduzione degli sprechi declamata dal governo. E come al solito a pagare il prezzo più alto sono quelli che dovrebbero al contrario ricevere di più.

9dicembre2009
Ingegneria Non Dorme

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