I Ricercatori in via di Estinzione

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Tratto da Carta di Luca Basso - Università di Padova

Le università si mobilitano contro il ddl Gelmini 1905, ora in discussione al senato. La protesta è partita dai ricercatori, ma il ddl danneggia più in generale tutte le figure che, strutturate o precarie, svolgono compiti di didattica e di ricerca all’interno dell’università pubblica

Nelle ultime settimane, all’interno delle università, ha preso avvio una mobilitazione contro il DdL Gelmini n. 1905, ora in discussione al senato, dettata dalla convinzione che esso produca conseguenze devastanti non solo per i ricercatori universitari, da cui è partita la protesta, ma più in generale per tutte le figure che, strutturate o precarie, svolgono compiti di didattica e di ricerca all’interno dell’università pubblica.
A Padova varie Facoltà [Scienze politiche, Scienze della formazione, Scienze, Psicologia, Agraria] hanno approvato mozioni di protesta che prevedono l’astensione dalla didattica da parte dei ricercatori per il prossimo anno accademico 2010/2011.
Il 29 aprile a Milano, durante l’assemblea nazionale dei ricercatori, sono state poste in discussione le problematiche linee di riforma in tema di governance universitaria e stato giuridico, reclutamento e carriera di professori e ricercatori. L’aumento del peso decisionale di un consiglio di amministrazione in cui sempre più dovrebbero entrare mitici soggetti esterni si accompagna ad un irrigidimento della struttura gerarchica dell’organizzazione interna all’università e alla definitiva scomparsa della figura del ricercatore universitario.

Ma chi è il ricercatore universitario? Regolamentata dal D.P.R. n. 382 del 1980, la funzione del ricercatore strutturato è in primo luogo quella della ricerca, con la previsione di soli «compiti didattici integrativi» che non includono la titolarità dei corsi. Nel 1990 la legge Ruberti n. 341 prevede però la possibilità, per i ricercatori confermati [tre anni dopo l’assunzione], di assumersi la responsabilità dei corsi. Nel 2005 la legge Moratti n. 230 introduce infine la possibilità, anche per i ricercatori appena assunti, di ricoprire il ruolo di «professore aggregato», senza alcun conseguente miglioramento della propria condizione economica. Il ricercatore si trasforma così progressivamente in un professore, ma con un salario molto inferiore [1.200 euro all’assunzione], con un peso minimo dal punto di vista decisionale e con compiti di ricerca molto più consistenti degli altri docenti.
Vera e propria forza-lavoro a basso costo, continua negli anni a svolgere il proprio lavoro da «volontario», senza obbligo didattico alcuno, ma di fatto «invitato» dal proprio senato accademico ad assumersi sempre più ore di insegnamento: le auspicate 30 ore di incarico «istituzionale» diventano presto 60, per allargarsi – attraverso gli affidamenti dei corsi – fino al centinaio.

È in questa situazione che giunge la cosiddetta riforma Gelmini che, «senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica» [una quindicina di volte nel testo attuale], pretende di ridisegnare l’università pubblica italiana. Intervenendo in una situazione già deprecabile, il nuovo disegno comprende la messa ad esaurimento dei ricercatori esistenti, un peggioramento del loro trattamento economico, l’attribuzione di un ruolo sempre più ridotto – se non nullo – nelle commissioni e negli organismi decisionali e, dulcis in fundo, il nuovo obbligo della didattica. Già con un’età media dei docenti che è la più alta d’Europa, assenza di criteri certi nella progressione della carriera, con salari e borse miserabili, dovremmo accettare senza batter ciglio questo ulteriore ed insostenibile peggioramento della situazione. Peggio: con l’introduzione della nuova figura del ricercatore a tempo determinato [contratti di tre anni rinnovabili per altri tre], quel che dovremmo accettare è di fatto il progressivo venir meno – fino alla scomparsa – della ricerca nell’università pubblica.
Si tratta, si badi bene, di una precarizzazione che nulla ha a che vedere con il tanto invidiato sistema anglosassone [comunque lo si valuti], il quale si contraddistingue per percorsi chiaramente definiti e finanziati in modo adeguato. Nel nostro paese la mancanza assoluta di copertura finanziaria svela quanto sia truffaldino il dichiarato proposito di investire sui giovani.
Con i previsti tagli di 10 miliardi di euro in tre anni al finanziamento di scuola e università, con lo 0,8 per cento del Pil dedicato alla ricerca – il 40 per cento in meno della media europea – si sta procedendo, nel silenzio generale, alla totale dismissione della formazione in questo paese, generando un’università sempre più debole, sempre più asservita a soggetti esterni prepotenti e nello stesso tempo deresponsabilizzati, in una miscela esplosiva di aziendalismo e rafforzamento delle gerarchie accademiche. Alla faccia della retorica sull’internazionalizzazione, ci troviamo di fronte ad una situazione sempre meno appetibile, che non solo sta spingendo molti ricercatori italiani a fuggire all’estero, ma che fa sì che sempre meno studiosi non italiani desiderino venire qui in Italia, in una situazione drammaticamente precaria, mal retribuita e priva di prospettive.

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